La pelle nera
A Varallo Pombia, da tempo sono
alloggiati, a cura della Caritas due giovani africani, uno del Senegal, uno
della Guinea. Provengono da Novara dopo vicissitudini angosciose e dolorose
(che lascio alla vostra immaginazione). Sono rifugiati umanitari, che fuggono da una situazione locale di persecuzione e pericolo. Qui hanno un tutor, che si incarica
della loro integrazione e di fornire istruzione (la lingua italiana) e
avviamento al lavoro. Sono ragazzi miti, socievoli e dar loro un aiuto è quasi
un piacere. L’altra sera, in occasione di una cena, di fronte ai nostri inviti
a uscire, a socializzare con i giovani del posto (cosa ci fate con noi vecchi?)
ci hanno confessato con dolore e un filo di rabbia che, quando entrano in un
bar o in altro locale, i giovani fanno capannello far di loro e li evitano. 2016
“nord evoluto”, non rivolgono loro la parola. Un cazzo!
Tre giorni fa sono stato a Carrù,
borgo popoloso e prospero della Langa, noto per il “bue grasso” e i vini
locali. Queste produzioni e tradizioni hanno portato ricchezza e benessere, tanto che i cittadini hanno innalzato
un monumento al nobile animale, scultura marmorea sullo sfondo di un tralcio di
vite. Nella piazza del paese, dove un tempo forse si teneva il mercato del
bestiame. La mattina mi alzo e vado a comprare il quotidiano. Getto un’occhiata
ai giornali locali e vedo a lettere cubitali un titolo: “Carrù urla ‘no’ ai migranti”. No “Carrù vede nei migranti un problema” o “Come accogliere la quota di migranti destinata al nostro comune”
ma un “no” definitivo, assoluto, senza possibilità di mediazione.
La pelle nera: paura e disprezzo.
Razzismo puro.
Amoproust, 30 settembre 2016
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